MADE IN THE U.S.A.

Potremmo essere persuasi a pensare che nei paesi così detti evoluti, sedicenti democratici o più semplicemente ricchi non ci si possa imbattere in fabbriche che applicano metodi di coercizione e sfruttamento, ma le condizioni di lavoro degli operatori e delle operatrici addetti alla confezione di abbigliamento sono tragicamente simili in quasi ogni parte del modo. Questo perché alla base del sistema capitalistico che regge l’intera dinamica impera il concetto che la richezza di pochi è saldamente radicata nella funzionale povertà di altri. Il colonialismo moderno che permette che i grandi brand possano delocalizzare le loro produzioni in paesi con un costo della mano d’opera bassissimo è lo stesso che spinge quelle stesse popolazioni a tentare la fuga dalla fame e dall’assenza di futuro verso le terre promesse del benessere.

Siamo abituati a vedere sulle etichette dei nostri vestiti la dicitura che riporta il paese di confezione, ma la verità è che dove è stato fatto poco importa, ciò che conta è da chi.

Uno dei paesi che incarna alla perfezione tutte le ipocrisie del sistema che cannibalizza gli utlimi per permettere ad altri di consumare sono gli Stati Uniti. Il settore dell’abbigliamento infatti è il secondo per fatturato della California, stato che, non a caso, detiene il record assoluto di immigrati irregolari, 2.3 nel 2014.

Ci sono 2.000 produttori che impiegano circa 45.000 lavoratori nel settore dell’abbigliamento nel sud e nell’est del centro di Los Angeles, che secondo il California Bureau of Labor Statistics nel 2015 era composto dal 71% di lavoratori nati all’estero, la maggior parte dei quali erano donne di età superiore ai 35 anni.

La maggior parte delle lavoratrici tessili sono alcune delle persone più vulnerabili nella nostra società: donne migranti prive di documenti che non sono consapevoli dei propri diritti o sono incapaci di chiedere una retribuzione equa e migliori condizioni di lavoro.

Le persone più vulnerabili e ricattabili sono quelle che si sono spostate dalla loro casa per necessità e che sono state private di punti di riferimento, documenti e con essi dei propri diritti. Loro sono la linfa che permette la costante crescita dei profitti, tra gli altri, anche dei brand del fashion che basano il proprio business model sul contenimento dei costi e la produzione di massa.

Nel 2010, uno studio dell’UCLA ha rilevato che l’88% dei lavoratori a basso salario a Los Angeles ha subito decurtazioni salariali per una somma stimata di 26,2 milioni di dollari a settimana e il settore dell’abbigliamento detiene il podio come maggior colpevole di violazioni. Andando ancora più indietro, nel 2000 il Dipartimento del lavoro ha esaminato le fabbriche di abbigliamento della California meridionale e ha scoperto che due terzi non pagavano il salario minimo. Ciò che è cambiato, tuttavia, è il fatto che nella storia recente, i lavoratori dell’abbigliamento negli Stati Uniti non hanno mai affrontato circostanze ad alto rischio, di vita o di morte per produrre abiti “Made in America” come fanno ora. Mai prima della pandemia il valore del profitto sulle persone è stato così tragicamente palese.

Nei primi mesi del 2020, i legislatori statali della California hanno introdotto un Garment Worker Protection Act (SB 1399), progettato per contrastare il dilagante abuso di lavoro presente nell’industria dell’abbigliamento di Los Angeles, e in particolare per ritenere i brands responsabili delle condizioni di lavoro pericolose nelle fabbriche. Il disegno di legge ha dovuto affrontare una dura opposizione da parte dei gruppi di lobbying aziendali: CalChamber e California Retailers Association, che lo consideravano un “killer del lavoro”, mettendo in discussione le priorità economiche e sociali dello stato durante la pandemia. Entrambe le lobby sono state accusate dalle direzioni dei brand di punire ingiustamente marchi e rivenditori che non hanno alcun controllo sul sistema di produzione e approvvigionamento.

legge sulla protezione dei lavoratori dell'abbigliamento
Lavoratori tessili di Los Angeles.

Santa Puac è un’ operaia tessile e leader nel movimento GWPA e spiega la necessità degli operai di essere tutelati: “Per 20 anni sono stato in questo paese, ho lavorato nel cucito. Come operaio dell’abbigliamento ho subito molto sfruttamento. Ho lavorato in un’azienda che produceva per circa l’80% per un marchio di moda, e in quell’azienda ho lavorato dalle cinque del mattino alle cinque del pomeriggio, per $ 70 al giorno e 12 ore al giorno, $ 350 per la settimana, per cinque giorni. Non credo sia giusto che si debbano lavorare così tante ore per guadagnare così pochi soldi. Non avevamo il diritto di fare delle pause. Non ci venivano riconosciuti gli straordinari. Ci pagavano solo $ 350 a settimana. I bagni erano sporchi, non c’era carta igienica nei bagni, dovevamo mangiare sopra le macchine su cui stavamo lavorando. C’è molta sofferenza. Ci sono molti furti di stipendio “.

E questo furto salariale ha avuto enormi implicazioni, soprattutto durante la pandemia. Dal 3 agosto al 10 agosto, GWC Dream Fellow Interns ha condotto un sondaggio telefonico con 219 lavoratori dell’abbigliamento di Los Angeles riguardo alle loro condizioni di lavoro . Hanno scoperto che: “L’89% degli intervistati ha espresso preoccupazione per la provenienza del prossimo pasto, il 93% degli intervistati ha espresso preoccupazione per il modo in cui pagherebbe l’affitto e il 97% degli intervistati ha espresso preoccupazione per il pagamento delle bollette dell’abitazione”.

Secondo Marissa Nunzio del Garment Worker Center: “il cottimo è il sistema principale per pagare i lavoratori dell’abbigliamento in questo settore, ed è lì che i lavoratori guadagnano solo in base alla loro produzione. Vengono pagati pochi centesimi alla volta, due centesimi o tre centesimi per il cucito o altre operazioni sull’abbigliamento. Il nostro rapporto mostra anche che le violazioni del salario minimo sono al massimo quando viene utilizzato il sistema a cottimo rispetto ad altri sistemi di pagamento come il pagamento con tariffa oraria “.

Per oltre 55 ore settimanali, i lavoratori a cottimo guadagnano solo una media di $ 297. Per le ore lavorate, il salario minimo legale che dovrebbe essere pagato a quegli stessi lavoratori ammonta ad una media di 601 dollari in più.

Per i lavoratori dell’abbigliamento come Santa Puac, significa che secondo la legislazione vigente, il furto di salario e le successive questioni di insicurezza alimentare, affitto e servizi abitativi non hanno alcuna conseguenza legale. Le aziende sono libere di commettere abusi sul lavoro senza farsi carico di alcun tipo di responsabilità.

“Il Garment Worker Protection Act potrebbe salvaguardare salari legali e condizioni di lavoro dignitose per i lavoratori dell’abbigliamento, condizioni di parità per le migliaia di produttori nello stato della California e un’industria etica”.

Ma la reintroduzione del GWPA deve fare i conti con la realtà di potenti forze di lobbying che hanno svolto un ruolo significativo nel deprioritizzare la questione l’anno scorso. 

legge sulla protezione dei lavoratori dell'abbigliamento
Una fabbrica di abbigliamento a Los Angeles.

Nel 2020, gli effetti immediati della pandemia sono serviti a innescare uno stato di frenesia economica, in cui l’estrema retorica pro-business enfatizzava la “crescita dell’occupazione” e la “ripresa economica”, ignorando la questione se la “crescita dell’occupazione” cercata incoraggiare era sicuro e sostenibile. Ma non deve essere così. La ripresa economica e la crescita delle imprese non devono necessariamente avere un costo per i diritti umani. 

Il disegno di legge si aspetta di affrontare una certa resistenza sia dalla CalChamber che dalla California Retailers Association.

Sembra che questa lotta per la protezione dei lavoratori dell’abbigliamento si riduca a un confronto tra due diversi tipi di imprese: una che ricorda una potenza aziendale sfruttatrice e incontrollata, l’altra l’attività caratterizzata da un senso di responsabilità nei confronti dei suoi lavoratori nel suo missione di sostenere gli standard etici. E di fronte alla pandemia di COVID 19, la California dovrà decidere: sarà influenzata dai vantaggi economici a breve termine che le società incontrollate portano violando la legge, o invece plasmerà la legge per scendere dalla parte dell’equità pratiche commerciali e garantire che tutti i suoi cittadini siano protetti?

È un test di democrazia – quella di cui parlano quando dicono di “volerla esportare”, ma per il momento l’unica pratica che hanno esportato con grande successo è la schiavitù.

Fonti :

Remake.world

Ucla Labor Center

Garment Worker Centre

Perché la moda ha un ruolo nelle proteste degli agricoltori indiani

La difficile situazione dei coltivatori di cotone indiani espone i marchi di moda a rischi reputazionali nella catena di approvvigionamento.

di Jag Gill.

Per volume, l’India è uno dei leader mondiali nella produzione di tessuti. Ma i commercianti al dettaglio a buon mercato hanno abbassato i prezzi di acquisto ai loro fornitori, privando i coltivatori di cotone, coloro che si trovano più in basso nella catena di approvvigionamento di mezzi di sussistenza stabili . Ora, quegli stessi agricoltori stanno protestando contro tre nuove leggi controverse sull’agricoltura che quest’anno avranno un impatto su oltre il 25% della produzione mondiale di cotone.

Le proteste sono iniziate alla fine di novembre, quando circa 250 milioni di lavoratori in tutta l’India hanno scioperato. La scorsa settimana, la proposta di legge è stata sospesa quando gli agricoltori sono stati chiamati al tavolo dei negoziati, ma la resa dei conti tra agricoltori e governo continua.

La proposta di legge sull’agricoltura fa parte dell’agenda di “deregolamentazione” del primo ministro indiano Narendra Modi per rimuovere la burocrazia e promuovere l’efficienza del mercato e prevede la rimozione del prezzo minimo stabilito dal governo (noto come prezzo minimo di sostegno) per le coltivazioni. Ma gli agricoltori temono che la rimozione dei prezzi garantiti si tradurrà in rendimenti inferiori, portandoli all’impoverimento e costringendoli a vendere la loro terra alle grandi società che dominano l’economia al dettaglio dell’India e fisserebbero effettivamente il nuovo prezzo per i raccolti.

In un certo senso, la dinamica di potere tra i contadini indiani che protestano e i politici che rappresentano gli interessi delle multinazionali indiane rispecchia la situazione di stallo tra i lavoratori dell’abbigliamento e le marche di abbigliamento.

“I rivenditori ci colonizzano a causa della manodopera a basso costo, sfruttano i nostri giovani e mancano di rispetto alla dignità dei lavoratori, in particolare donne e ragazze”, ha detto Nazma Akter, direttore esecutivo della Fondazione Awaj in Bangladesh, che ha protestato contro il mancato pagamento degli ordini commissionati da marchi internazionali durante la pandemia. “Erano i paesi che ci colonizzavano, ora sono le grandi società”.

Gli agricoltori indiani chiedono “prezzi equi”, proprio come i lavoratori tessili dimostrano per “salari equi”. E la loro situazione difficile e lo scontro con il governo potrebbero coinvolgere i marchi della moda, le cui catene di approvvigionamento sono spesso esposte a pratiche produttive tutt’altro che etiche.

Purtroppo, la coltivazione del cotone in India è diventata una tragedia della moda. Un tempo il fiore all’occhiello della sua esportazione, dal Medioevo all’inizio del XIX secolo, l’India era il centro dell’innovazione tessile asiatica, offrendo i tessuti più raffinati del mondo ed esportando ai reali di Asia, Africa ed Europa. Ora, i coltivatori di cotone indiani si stanno suicidando a un ritmo allarmante, spesso a causa di pressioni finanziarie.

La mia stessa famiglia nel Punjab, nel nord dell’India, è stata colpita da questa epidemia di suicidi. È una situazione tragica. In primo luogo, il fast fashion alimentato dai social media guida la domanda di cotone. Di conseguenza, gli agricoltori, sperimentando un nuovo aumento della domanda per il loro raccolto, sono costretti a ricorrere a semi geneticamente modificati progettati da giganti agrochimici monopolistici, che permettono l’aumento della capacità produttiva e il conseguente abbassamento dei prezzi di vendita.

Il risultato è che gli agricoltori accumulano rapidamente debiti paralizzanti e soffrono di cattive condizioni di salute poiché i fertilizzanti pesanti avvelenano le forniture d’acqua locali. Aggiungiamo sul cambiamento climatico – che annienta i cicli naturali dell’agricoltura e può danneggiare seriamente i raccolti – e abbiamo una tempesta perfetta per una crisi umanitaria che potrebbe facilmente contaminare i grandi marchi nello stesso modo in cui il lavoro forzato nei campi di cotone cinesi ha contaminato i marchi da Nike a Zara .

Finora, nessuna grande azienda di moda ha parlato a sostegno degli agricoltori indiani.

Rishi Sher Singh, un esperto di supply chain con sede in India, ritiene che la moda debba adottare un approccio più illuminato alla questione e velocemente.

“C’è un crescente accordo sul fatto che il dialogo tra acquirenti, fornitori, comunità indigene e lavoratori, insieme a una maggiore due diligence della catena di approvvigionamento, empatia per i lavoratori e collaborazione con il governo sono le strade da percorrere”.

ha detto Singh

Con una nuova generazione di consumatori che richiedono prodotti più etici, è giunto il momento per i rivenditori di moda internazionali di agire e concentrare gli sforzi per aiutare a stabilire prezzi equi nei campi di cotone dell’India.

In copertina: gli agricoltori sollevano slogan durante la protesta in corso contro le nuove leggi agricole a Ghazipur nel gennaio 2021. Getty Images.

Articolo pubblicato il 22/01/2021 su BoF

Ecologico, etico, naturale: cosa significa sostenibile?

Sentiamo spesso parlare di sostenibilità, ultimamente, ma cos’è un prodotto sostenibile?

Uniformare il glossario sulla sostenibilità e capire il vero significato di questa parola ci metterebbe in una condizione meno esposta al Greenwashing che molte aziende stanno utilizzando nelle loro campagne di comunicazione.

Da qualche anno si parla di moda sostenibile. Personalmente ho cominciato ad avere a che fare con l’argomento occupandomi della produzione di alcuni grandi brand del lusso nel 2013: inizialmente era soprattutto focalizzata sul progetto della Comunità Europea Horizon 2020, il quale mirava a innovare le aziende portandole a evitare di utilizzare le sostanze pericolose, raggruppate in un elenco chiamato MRSL.

In quegli anni si è legato il concetto di “responsabilità ambientale” a quello di “sostenibilità”, e sulla base di queste linee guida sono nate certificazioni dedicate alle materie prime e alle aziende, anche in scia alla campagna Detox my fashion, ovvero, “disintossicare la moda”. Una campagna lanciata nel 2011 da Greenpeace Germania, che individuava una serie di obiettivi che le aziende avrebbero dovuto raggiungere entro il 2020.

In particolare, il report Destination zero – Seven years of detoxing the clothing industry  illustrava i passi avanti e quelli ancora da compiere da parte delle 80 aziende che avevano deciso di raccogliere la sfida e di impegnarsi per eliminare dai processi produttivi degli abiti ogni sostanza nociva per l’uomo e per l’ambiente.

Detox my Fashion 2020”, il progetto di Greenpeace
La Campagna Detox my Fashion di Greenpeace

Il comprendere che queste sostanze avrebbero avuto impatti sulla salute, oltre che sugli ecosistemi, è stato un passaggio naturale. Così in tanti hanno cominciato ad approfondire le leggi e i regolamenti che avrebbero dovuto tutelarci. Scoprendo che al momento l’unico strumento che abbiamo per proteggere la nostra salute è il denaro. Perché solo spendendo di più evitiamo di farci del male. Oggi, infatti, sul mercato si trovano capi economici che, se testati, si rivelano pericolosi, portando così in evidenza il fatto che il diritto alla salute ce lo ha solo chi se lo può permettere.

Ma la tempesta che travolse il glietterato mondo della moda quello stesso 2013 non venne generata dalle questioni ambientali: il 24 aprile di quell’anno a Dacca, in Bangladesh, l’edificio Rana Plaza crollò, inghiottendo le migliaia di lavoratori impiegati nel polo produttivo. Uccidendo 1.138 persone e ferendone gravemente altre 2.515. La tragedia avrebbe potuto essere trascurata, come spesso succede in questo lato di mondo, se le televisioni non avesso mostrato le etichette dei brand occidentali che noi eravamo abituati ad indossare. Sventolavano fra le macerie.

Rana Plaza, un anno fa il tragico crollo - Rai News
Le macerie del Rana Plaza – immagine Rai

Quel disastro mostrò il lato sommerso, atroce e ipocrita – fatto di abusi, complicità e torture – che c’era dietro a quei cartelloni giganti e patinati che ritraevano bellissime modelle strapagate, che vestivano i panni dei nostri sogni.

Al disastro del Rana Plaza sono seguiti altri incendi (nell’azienda Tazreen, ad esempio, poco dopo) e incidenti che fecero emergere tutto il marcio di un sistema fatto di contenitori vuoti di cui nessuno ha responsabilità, né sa niente, grazie alle assegnazioni dei subappalti di subappalti di subappalti che fanno perdere le tracce di chi fa cosa, con l’unico obiettivo di avere la mano d’opera al prezzo più basso possibile. Ma il vero prezzo pagato, ancora oggi, sono i diritti.

Tutto questo ci insegna che non può esistere “sostenibilità” se i lavoratori della filiera non vivono condizioni umane accettabili, se non sono retribuiti con salari dignitosi e se non lavorano in condizioni rispettose.

Quando un marchio ci dice che il suo prodotto è sostenibile deve necessariamente darci trasparenza sull’origine e la gestione dei suoi componenti sotto tutti questi aspetti. Non è un aspetto trascurabile: è il minimo che ci si deve aspettare.

Un prodotto sostenibile è per definizione qualcosa che, in modo tracciabile, dimostrabile e trasparente, non ha dannaggiato l’ambiente o le persone in nessuno dei processi necessari alla sua realizzazione e il suo smaltimento futuro non rappresenta un problema ambientale.

Gli indirizzi green Made In Italy secondo Fashion Revolution

Fashion Revolution è un movimento nato in Inghilterra a seguito del collasso del polo produttivo Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh, avvenuto nel 2013 e nel quale morirono 1.129 persone e 2.515 rimasero gravemente ferite Molte di queste persone erano impiegate nella confezione di abbigliamento per grossi brand americani ed europei. A seguito di questo tragico evento partì una campagna determinata a far sì che le famiglie delle vittime venissero quanto mento risarcite economicamente.

Fashion Revolution ha fatto della sensibilizzazione alla sostenibilità il suo credo e ha redatto per l’Italia un’interessante mappa che di realtà locali che corrispondono ai criteri di rispetto ambientale e sociale.

La Revolution Map con gli indirizzi green in Italia offre uno strumento pratico ai consumatori che desiderano fare acquisti più responsabili. La mappa è e sarà un progetto in divenire che, con l’aiuto di tutti voi, si arricchirà negli anni di nuove realtà, offrendo informazioni utili per rendere l’atto d’acquisto un passo importante verso la creazione di un’industria della moda più trasparente e responsabile.

I criteri con i quali sono stati selezionati sono consultabili in questo documento online.

Sfruttamento minorile nella catena di approvvigionamento della moda.

di Josephine Moulds

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, circa 260 milioni di bambini in tutto il mondo lavorano. Di loro, l’ILO stima che 170 milioni siano impegnati nel lavoro minorile, definito dall’ONU come “lavoro per il quale il bambino è troppo giovane – lavoro svolto al di sotto dell’età minima richiesta – o lavoro che, a causa della sua natura o condizioni dannose , è considerato complessivamente inaccettabile per i bambini ed è vietato ”.

Il lavoro minorile è vietato dalla legge nella maggior parte dei paesi, ma continua ad essere diffuso in alcune delle parti più povere del mondo.

L’ILO stima che 170 milioni siano impegnati nel lavoro minorile, molti dei quali realizzano tessuti e indumenti per soddisfare la domanda dei consumatori in Europa, negli Stati Uniti e in altri stati.

La situazione sta migliorando*. Le stime dell’ILO suggeriscono che il lavoro minorile è diminuito del 30% tra il 2000 e il 2012, ma ancora l’11% dei bambini nel mondo si trova in situazioni che li privano del diritto di andare a scuola senza interferenze dal lavoro.

Molti di questi bambini lavoratori lavorano all’interno della filiera della moda, realizzando tessuti e indumenti per soddisfare la domanda dei consumatori in Europa, negli Stati Uniti e altri.

Perché succede?

Il fast fashion ha generato una corsa al ribasso, spingendo le aziende a trovare fonti di lavoro sempre più economiche. Quella manodopera a basso costo è liberamente disponibile in molti dei paesi in cui ha luogo la produzione di tessuti e abbigliamento.

Sofie Ovaa, coordinatrice della campagna globale di Stop Child Labour, afferma: “Ci sono molte ragazze in paesi come l’India e il Bangladesh, che sono disposte a lavorare a prezzi molto bassi e vengono facilmente introdotte in queste industrie con false promesse di guadagnare salari dignitosi”.

Un recente rapporto del Center for Research on Multinational Corporations (SOMO) e dell’India Committee of the Netherlands (ICN) ha rivelato che i reclutatori nell’India meridionale convincono i genitori delle aree rurali povere a mandare le loro figlie nelle filature con la promessa di un lavoro ben retribuito, un alloggio confortevole, tre pasti nutrienti al giorno e opportunità di formazione e istruzione, oltre a una somma forfettaria alla fine dei tre anni. La loro ricerca sul campo mostra che “in realtà, stanno lavorando in condizioni spaventose che equivalgono alla schiavitù moderna e alle peggiori forme di lavoro minorile”.

Il lavoro minorile è un problema particolare per la moda perché gran parte della catena di approvvigionamento richiede manodopera poco qualificata e alcuni compiti sono anche più adatti ai bambini che agli adulti. Nella raccolta del cotone, i datori di lavoro preferiscono assumere i bambini per le loro piccole dita, che non danneggiano il raccolto.

I bambini sono visti come lavoratori obbedienti che scivolano sotto il radar, rendendoli facili da gestire. Ovaa afferma: “Non esistono meccanismi di supervisione o controllo sociale, né sindacati che possano aiutarli a contrattare per migliori condizioni di lavoro. Si tratta di lavoratori poco qualificati senza voce, quindi sono bersagli facili “.

I datori di lavoro se la cavano perché la filiera della moda è estremamente complessa ed è difficile per le aziende controllare ogni fase della produzione. Ciò rende possibile assumere bambini senza che i grandi marchi e i consumatori lo scoprano.

Dove sta succedendo?

I paesi sopra evidenziati sono stati identificati da SOMO come particolarmente noti per il lavoro minorile nell’industria tessile e dell’abbigliamento

I bambini lavorano in tutte le fasi della filiera nel settore della moda: dalla produzione di semi di cotone in Benin, alla raccolta in Uzbekistan, alla filatura in India, fino alle diverse fasi di assemblaggio dei capi nelle fabbriche in tutto il Bangladesh.

Nell’industria del cotone, i bambini vengono impiegati per trasferire il polline da una pianta all’altra. Sono soggetti a lunghi orari di lavoro, esposizione a pesticidi e spesso sono pagati al di sotto del salario minimo. Nei paesi in via di sviluppo dove il cotone è una delle colture principali, i bambini sono arruolati per aiutare a raccogliere il raccolto delicato e le relazioni suggeriscono che lavorano per lunghe ore nella semina del cotone in primavera, seguite dal diserbo durante i mesi estivi.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, circa 170 milioni di bambini sono coinvolti nel lavoro minorile, ovvero l’11% della popolazione mondiale di bambini

Al passo successivo della catena, nelle filature e nelle tintorie, il lavoro minorile dilaga. Il rapporto SOMO ha rilevato che il 60% dei lavoratori degli stabilimenti indagati in India avevano meno di 18 anni quando hanno iniziato a lavorare lì; i lavoratori più giovani avevano 15 anni.

I bambini lavorano anche nella fase del “taglio-rifilo”, quando i vestiti vengono messi insieme. SOMO dice: “Nelle fabbriche di abbigliamento, i bambini svolgono compiti diversi e spesso ardui come tintura, cucire bottoni, tagliare e rifinire fili, piegare, spostare e imballare indumenti. In piccoli laboratori e siti domestici, i bambini vengono messi a lavorare su compiti complessi come il ricamo, lustrini e punto smock (ricamo che permette di ottenere una serie di piccole pieghe in modo da formare delle arricciature nel vestito).

Quali sono le sfide?

Una delle maggiori sfide nell’affrontare il lavoro minorile nella filiera della moda è la complessa filiera di ogni capo. Anche quando i marchi hanno linee guida rigide per i fornitori, il lavoro spesso viene subappaltato ad altre fabbriche di cui l’acquirente potrebbe non essere nemmeno a conoscenza.

Ovaa afferma: “Le aziende che vendono i loro prodotti in Europa e negli Stati Uniti non hanno idea della provenienza dei tessuti. Forse conoscono il loro primo fornitore e ci sono codici di condotta in atto, ma più avanti nella catena nei livelli inferiori è molto difficile capire da dove proviene il cotone “.

La lotta al lavoro minorile è ulteriormente complicata dal fatto che è solo un sintomo di problemi più grandi. Dove c’è povertà estrema, ci saranno bambini disposti a lavorare a buon mercato e suscettibili di essere indotti con l’inganno in lavori pericolosi o mal pagati.

Lotte Schuurman della Fair Wear Foundation dice che se i genitori non hanno un’istruzione finiranno in un lavoro a bassa retribuzione; i loro figli saranno costretti a lavorare, perderanno l’istruzione e anche loro finiranno in un lavoro poco retribuito da adulti. “Devi uscire da quel circolo vizioso di povertà per abolire il lavoro minorile”, dice.

Cosa possono fare le aziende?

La Fair Wear Foundation ha un elenco di oltre 120 marchi che hanno aderito al suo codice delle pratiche di lavoro, che non consentono l’uso del lavoro minorile. I marchi accreditati devono garantire, con controlli regolari, che tutti i fornitori nella fase di produzione taglio-truccatura soddisfino questi standard, il che significa che va oltre le politiche interne della maggior parte delle aziende.

Esistono altri schemi di accreditamento, come la Fairtrade Label Organization, il Global Organic Textile Standard e l’Ethical Trading Initiative, ma tutti lottano contro la mancanza di trasparenza nella filiera dei tessili e dell’abbigliamento.

L’ILO lo stima almeno 6 milioni di bambini sono costretti al lavoro

Schuurman afferma che ci sono misure pratiche che le aziende possono intraprendere per liberare le loro catene di approvvigionamento dal lavoro minorile. “I marchi possono iniziare creando un registro delle forniture. I marchi di moda hanno normalmente 200 o più fornitori. Dovresti iniziare conoscendo i tuoi produttori e visitandoli. ” In queste visite, afferma che i rappresentanti del marchio devono fare attenzione ai segnali che dicono che la fabbrica sta subappaltando; dovrebbero preoccuparsi se la fabbrica non ha abbastanza lavoratori per la quantità di magliette che produce.

Le aziende possono anche migliorare le loro pratiche di acquisto, il che può peggiorare le condizioni di lavoro. Schuurman afferma: “Per rispettare scadenze ravvicinate o ordini imprevisti, le fabbriche possono subappaltare senza informare le società acquirenti. A volte questo è imposto dal marchio; mette troppa pressione sulla fabbrica “. Le aziende possono adattare le loro pratiche di acquisto per alleggerire il carico e garantire che le fabbriche che hanno ispezionato soddisfino i loro ordini, afferma.

È anche importante rendere i lavoratori consapevoli dei loro diritti in modo che sappiano dove presentare un reclamo. “Sebbene la maggior parte dei marchi di abbigliamento non possieda le proprie fabbriche, hanno molta influenza. Vogliamo lavorare con i marchi che vogliono lavorare con le loro fabbriche “, afferma Schuurman.

*Nota della redazione:

Questo articolo è stato scritto nel 2015 e i dati si riferiscono all’anno 2014.

Vediamo dopo quasi una decade cosa è cambiato:

Secondo il report dell’ILO emesso a Novembre 2019, oggi nel mondo ci sono ancora 152 milioni di bambini coinvolti nel lavoro minorile e 25 milioni di bambini e adulti nel lavoro forzato. Sebbene sia possibile stimare con crescente precisione il numero totale di persone impegnate nel lavoro minorile e nel lavoro forzato, determinare quante di queste persone sono nella produzione e nel consumo legati alle catene di fornitura globali rimane una sfida significativa. L’analisi combina i dati delle tabelle ICIO con 65 set di dati probabilistici nazionali sul lavoro minorile disponibili, 10 che rappresentano il 50% dei bambini che si stima siano coinvolti nel lavoro minorile nel mondo. La combinazione di queste fonti di dati consente, dopo un processo di armonizzazione, la stima del lavoro minorile coinvolto nel produzione di beni e servizi per il mercato nazionale ed estero a livello macro.

Credits:

Autrice Josephine Moulds
Editore Jenny Purt
Art director Tim Shearring and Ian Richardson
Immagini Getty Images, Panos, Gallery Stock

Articolo originale a questo link e a questo.

2020: l’anno che ha cambiato la moda (o no)?

di Consciety

Rimbalzare la responsabilità della mancanza di pratiche etiche è uno dei meravigliosi effetti sortiti dalla pandemia: molti grandi brand hanno interrotto o drasticamente ridotto gli investimenti in tecnologia ed innovazione perché si consuma meno e gli ordini sono calati (e di conseguenza i profitti). Ciò che invece non è per niente diminuito, ma aumentato esponenzialmente è lo “storytelling” adoperato per raccontarci le buone pratiche adottate dai brand per mostrarsi etici, ecologici, sostenibili.

I clienti accusano i brand di rovinare il mondo, ma sono abituati ai prezzi del fast fashion e non sono disposti a spendere di più (ovviamente anche perché in molti non possono), o, complice la pandemia, a rinunciare a ricevere l’ultimissimo modello di una scarpa che viene spedita da oltreoceano direttamente al proprio divano.

I confezionisti sono stretti in una morsa dal brand committente che vuole essere rassicurato sul fatto che la sua merce, il suo logo, quindi la sua reputazione vengano trattati solo in confezionisti “virtuosi”, ma poi tira al ribasso sui prezzi e sulle tempistiche di consegna (ma non dovevamo rallentare?), rendendo difficile la sopravvivenza delle piccole aziende e complicato il rispetto dei termini di consegna imposti, con la conseguente minaccia di annullare i capi già parzialmente prodotti. Anche prima del lockdown la dinamica delle assegnazioni delle commesse ai terzisti era alla stregua della commedia tragicomica, dato che i rapporti non sono regolamentati e sanciti da contratti, ma nella maggior parte dei casi da collaborazioni ad hoc. Oggi vediamo un intensificarsi di richieste di eticità e sostenibilità formali da parte dei grandi gruppi committenti, ma senza garantire la continuità produttiva per sostenere l’impegno economico e senza dare segno di comprendere l’impatto finanziario che comporta produrre seguendo tutti i criteri richiesti.

Già, perché se c’è la volontà di essere “sostenibili”, alla fine di questo si tratta: di responsabilità. La “non sostenibilità” ha un costo umano, sociale e ambientale altissimo, ma non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e fare finta che la sostenibilità invece sia gratis. A differenza dei costi degli impatti negativi, di cui si parla (per fortuna), soprattutto negli uffici comunicazione dei brand, del prezzo della sostenibilità e di chi dovrebbe essere disposto a pagarlo se ne parla troppo poco. Il risultato è che i piccoli e medi produttori vengono schiacciati in una morsa di ricatto che li costringe a scendere a compromessi per vedersi assegnare il lavoro, con l’aggiunta della beffa di essere sottoposti a continui controlli di enti certificatori privati, più o meno ragionevoli, che li costringono ad assumersi oltre la responsabilità, anche i costi per uniformarsi alla richieste del brand, che non scalfisce il suo margine di profitto, che non garantisce continuità di lavoro, ma che “restringe molto le maglie” per proteggere la sua reputazione mediatica.

Quasi tutti i brand, chi prima e chi dopo, sono finiti in qualche bufera mediatica e sono corsi ai ripari. La parola chiave del momento è “trasparenza”. Uniti nell’intento di rendere accessibile e tracciabile la filiera, hanno cominciato a raccontare la loro versione della storia. Gli uffici marketing hanno selezionato con cura le informazioni da dare e, soprattutto, quelle da non dare nelle loro compagne di comunicazione e, se prima spendevano tutti i loro sforzi per venderci una vita da ricchi a prezzi stracciati, ora ci promettono che indossando un loro capo, dal maglione a 20 Euro negli store del fast fashion, al cappotto da 6.000 di un qualsiasi brand del lusso, stiamo salvando il pianeta o garantendo un lavoro dignitoso ad una giovane madre indiana. E’ possibile? No.

La filiera di un capo di abbigliamento è costellata da innumerevoli scelte, prese sulla base di due semplicissimi fattori: la resa dei materiali e i margini di profitto. Non credo di illuminarvi con la scoperta del secolo se vi dico che i materiali che rendono meglio e costano meno sono i materiali sintetici di provenienza dalla plastica e che i margini di profitto più alti si ottengono mantenendo un costo della mano d’opera il più basso possibile. Allora, se il modello di business è questo, come possiamo aspettarci che un brand sia sostenibile?

A causa della comparsa dei brand di fast fashion, nel corso degli ultimi 20 anni, abbiamo assistito ad una esternalizzazione selvaggia della produzione verso paesi poveri o in via di sviluppo e la ragione è molto semplice: abbassare i costi della mano d’opera, operare nell’ambito di regolamentazioni più permissive in ambito ambientale e aumentare il margine di profitto. (Vi sfido a cercare nel vostro armadio quanti capi riportino sull’etichetta “made in… China, Bangladesh, India, Sri Lanka, East Europe o ex Jugoslavia, Vietnam, Morocco”, ultimamente ha fatto il suo ingresso anche l’Africa).

Le condizioni in cui spesso versano le fabbriche manifatturiere e i loro dipendenti in questi paesi sono cosa nota. Ce lo hanno raccontato Safia Minney nel suo Slave To Fashion, Elizabeth L. Cline in Siete pazzi a indossarlo, Lauren Bravo in How to break up with fast fashion e Giuseppe Iorio, che nel suo doloroso saggio Made in Italy?- Il lato oscuro della moda ha riassunto la cruda testimonianza in prima persona sulle produzioni nell’est Europa. Abbiamo visto inchieste sulle reti nazionali di Report e di Presa Diretta, inchieste internazionali come il documentario The true cost e sui social ci sono gruppi e movimenti che hanno fatto della divulgazione della consapevolezza nel settore moda una vocazione, come ad esempio Fashion Revolution, Dress the Change, Clean clothes campaign (che ha una declinazione italiana che si chiama Abiti Puliti) e molti altri.

Anche i produttori italiani, o almeno quelli che sono riusciti a sopravvivere alla delocalizzazione della produzione e che, per la maggior parte, sono almeno conformi alle aspettative base grazie alle Leggi che in Italia esistono, non sono esenti dal paradosso e sono sottoposti alla caccia alle streghe che gli stessi brand che ora urlano al sacrilegio, hanno generato con i loro modelli di business, con le loro dinamiche e i loro obiettivi commerciali e di cui non vogliono in alcun modo prendersi la responsabilità. Ovviamente è giusto controllare, fare in modo che si rispettino i diritti dei lavoratori, dell’ambiente e che si porti valore ed innovazione al territorio.

Ma quanto l’onere del cambiamento può essere addossato direttamente alle PMI senza la responsabilizzazione dei grossi gruppi della moda? Quanto questo problema può essere risolvibile senza delle leggi e dei controlli capillari da parte degli organi istituzionali? E quanto può rimanere affidato al business delle agenzie private di audit e delle certificazioni?

E tutta questa consapevolezza da parte dei consumatori, dove porta se poi non c’è un’alternativa che non comprenda aumentare il budget familiare per l’abbigliamento del 300%? O una lunga e meticolosa ricerca di approfondimento (che non tutti avrebbero il tempo o le competenze di affrontare) sui brand che si possono acquistare senza sensi di colpa?

Il mio timore è che si arrivi, a causa di questo buco normativo istituzionale e a questa assenza di cittadini coinvolti nella politica e nell’amministrazione, a una giungla di competizione tra enti certificatori privati, che obbediscono a loro volta alle leggi di mercato e che tutto ciò perda di razionalità nelle richieste, sacrificando nuovamente l’affidabilità sull’altare delle dinamiche di interesse commerciale, facendo finire tutto in una manciata di mosche, una volta che questo trend topic della sostenibilità verrà superato.

E’ molto bello vedere sorgere delle enormi cattedrali erte nel nome della sostenibilità (dove vivo hanno appena inaugurato un polo di lusso sostenibile), l’apertura di catene di cibo bio e la crescita di una nicchia di consumatori più consapevoli, ma ho paura che se lo stato latita, tutto questo non farà altro che gettarci fumo negli occhi.

Il primo passo fondamentale dovrebbe essere trovare un senso comune mondiale su cosa significhi “consumo sostenibile”: molte persone sono sinceramente convinte che la collezione Conscious di H&M lo sia, per intenderci, e si accontentano di sapere che sia fatta con una percentuale di materiali riciclati per appagare il loro senso civico senza domandarsi da chi e dove siano stati prodotti e in quali condizioni.

Trovo che in questo momento la parola “sostenibile” sia abusata dagli uffici marketing e spesso applicata anche a palesi forme di greenwashing, ma ritengo anche che siano le istituzioni a dover tracciare le linee guida del mercato e noi, come cittadini, dovremmo pretendere che la nostra classe politica se ne prendesse la responsabilità.

E’ necessario che gli stati intervengano per delimitare la comunicazione ingannevole, controllare le sostanze pericolose contenute nei capi che indossiamo e certifichi le condizioni di lavoro delle fabbriche di provenienza dei prodotti. Dovrebbero trovare il modo per far pagare delle tasse coerenti ai colossi dell’ecommerce e regolamentare l’ingresso delle merci.

Oggi più che mai sono convinta che il futuro della moda sia la politica.

Il Tramonto del Consumatore Etico.

di Elizabeth L. Cline

Come tutti, ho apportato alcuni cambiamenti al mio stile di vita durante il pandemia. Mentre gli altri perfezionavano il loro lievito madre, io ho deciso di smettere di essere una consumatrice etica.

PAROLE DI ELIZABETH L. CLINE

Durante la pandemia, come tutti, ho fatto promesse a me stessa e ho cercato di assumere abitudini più sane. Ho ricominciato a lavorare a maglia, a disegnare e a scrivere nel diario. Ho trasformato la mia dipendenza dai reality in TV in interesse per i documentari di Ken Burns. E, mentre gli altri stavano imparando a cuocere pane o a fare giardinaggio, io ho deciso di smettere di essere una consumatrice etica.

Un giorno avevo bisogno di nuovo pigiama. Gap ne vendeva due paia per 40 dollari e li ho comprati. Avevo bisogno di rifornimenti da ufficio a casa e li ho ordinati su Amazon. E ho anche ricominciato a usare bicchieri di plastica monouso per la mia macchina del caffé.

I “consumatori etici” sono persone che credono che stiamo portando lentamente e inesorabilmente imprese e società ad essere più responsabili un acquisto alla volta. Per decenni, ho sposato anche io questo sistema di credenze, ho mangiato vegetariano, ho comprato cibo biologico, ho evitato la moda delle grandi catene e ho scritto libri sul consumo consapevole.

Vivo in un quartiere di Brooklyn progettato per consumatori etici, costellato di saloni per unghie non tossici, negozi di abbigliamento per bambini del commercio equo e solidale ed enoteche biologiche. Essere un consumatore etico faceva parte della mia realtà quotidiana, del mio lavoro e della mia identità, o almeno lo faceva. Potrei spiegare la mia decisione di rinunciare a tutto come una mancanza di energia emotiva o di denaro per fare acquisti etici durante la pandemia o dare la colpa al fatto che la mia caffetteria di fiducia abbia vietato i contenitori riutilizzabili per ovvie ragioni. Queste cose sono vere, ma il punto di svolta per me è stato lavorare alla campagna #PayUp, un movimento di massa di cittadini e operai che si è formato a marzo, al fine di fare pressione sulle grandi catene di abbigliamento, tra cui Gap, perché pagassero i lavoratori nella loro catena di approvvigionamento per i 40 miliardi di dollari di ordini prodotti prima la pandemia. (Gap e altre 20 società da quel momento hanno accettato di pagare). Ho anche raccolto soldi per i lavoratori tessili che hanno perso il lavoro e stavano soffrendo la fame, per lo più donne di colore che, nonostante lavorino per i più grandi marchi di abbigliamento del mondo, vivono in povertà e non hanno reti di sicurezza.

Cosa hanno fatto tutti i miei decenni di consumo etico per proteggere questi lavoratori e aumentare i loro stipendi? Niente. Il mio consumo etico non poteva proteggere le persone che muoiono e si ammalano gravemente in percentuali molto più elevate rispetto ai bianchi durante la pandemia. Non ha intaccato il cambiamento climatico o l’inquinamento da plastica. Non poteva nemmeno proteggere i lavoratori al dettaglio, neanche quelli impiegati in catene di negozi “etici” come Whole Foods e Trader Joe’s, che hanno dovuto continuare a lavorare nonostante il virus si diffondesse perché non guadagnano abbastanza soldi per restare a casa.

La pandemia ha spazzato via tante illusioni. I nostri problemi sociali, dalla crisi climatica al razzismo sistemico, alla disuguaglianza economica, corrono così in profondità e sono così radicati che non abbiamo avuto altra scelta che affrontarli. Per me, questo ha significato smettere di confondere i miei pigiami etici con il cambiamento sociale e mi sono impegnata più a fondo per capire cosa fare per costruire invece un vero potere politico.

Un’ attivista di Extinction Rebellion al Redress the Injustice Protest a Londra. Fotografia di Dave Rushen / SOPA Images / LightRocket tramite Getty Images.

Come la nostra politica è stata rovesciata

Non sono certo la prima a lottare con il paradosso del consumo etico o a dubitare della sua efficacia. Un eccellente studio accademico del 2010 chiamato Il mito del consumatore etico ha evidenziato come la maggior parte dei consumatori esageri costantemente la propria fedeltà ai prodotti socialmente etici o ecologici (il prezzo in realtà è il fattore più determinante quando facciamo acquisti), di conseguenza il mercato dei prodotti fabbricati in modo responsabile è esploso, ma non è chiaro quanto di questo giro d’affari sia andato comunque alle grandi aziende, che si sono reinventate nel marketing con dei piccoli ritocchi per descriversi sostenibili e “green”.  Forse possiamo spiegare il fenomeno con un accrescimento della disuguaglianza (più persone ricche significano più acquirenti per prodotti etici e costosi), sicuramente abbiamo assistito ad un incremento del consumo etico che confonde ulteriormente le acque, con collezioni di fast fashion “sostenibili” cucite da lavoratori sfruttati e con polli senza gabbia, ma cresciuti comunque negli allevamenti intensivi da coltivatori indebitati con le grosse aziende alimentari.

In questo modo il consumo etico può servire come una sorta di illusione o di fantasia in cui diciamo a noi stessi che le nostre azioni economiche sono giuste e che stiamo facendo la nostra piccola parte per fare la differenza, anche di fronte a prove deludenti. Un numero crescente di persone si chiede se possiamo “comprare il nostro modo di evolverci”, perfino Vogue se l’è chiesto in un recente articolo. Ci sono thread di Reddit e un articolo su The Guardian dell’inizio di quest’anno che hanno sottolineato come il consumo etico sia una prerogativa dei benestanti, e non si tiene conto della nozione marxista altrettanto diffusa che non esiste “nessuna etica di consumo sotto il capitalismo”. Sebbene molti di noi intuiscano che il consumo etico abbia fatto mettere la società sulla strada sbagliata, sembriamo ugualmente insicuri su come apportare il cambiamento. Quando si tratta di creare un mondo sostenibile ed equo cosa c’è di meglio che distruggere lo status quo anziché  rimescolare i contenuti dei nostri carrelli online? Innanzitutto, per rispondere pienamente a questa domanda, è utile capire come siamo arrivati a confondere il fare shopping con il cambiamento sociale. Può sembrare che il consumismo etico sia sempre stato parte di ciò che siamo, ma sono abbastanza cresciuta da ricordare che tempo fa, quando volevi fare acquisti coerenti con i tuoi valori, significava comprare quancosa da Walmart e farlo sembrare fatto a mano per renderlo “cool”, oppure dovevi attraversare i confini di stato per comprare cibo vegano in un negozio di alimenti naturali di proprietà indipendente.

I consumatori etici sono un sottoprodotto degli epici cambiamenti economici neoliberisti che hanno avuto inizio negli anni ’80 e ’90. I repubblicani lanciarono una controffensiva in risposta a ciò che vedevano come permissività del governo, all’eccessivo progressismo e all’era dei movimenti di massa dei diritti civili contro la guerra del Vietnam (sul cui carro i democratici salirono in seguito). Il neoliberismo diffuse il mantra secondo cui i bisogni umani e persino le soluzioni ai problemi sociali possono essere soddisfatti al meglio dal mercato e dal capitalismo, non dal governo, dalla società civile o dall’azione collettiva. Invece emersero rigide normative ambientali, programmi di benessere sociale, sindacati e, soprattutto, nacquero la nostra storia e cultura generazionale su come realizzare il cambiamento attraverso mezzi pubblici piuttosto che privati.

A poco a poco, nel corso degli anni, il consumo etico è passato da essere uno stile di vita di nicchia per radicali e hippy ad essere una bolla controllata dalle stesse aziende da cui noi (intendendo le persone che hanno il tempo e il denaro extra da spendere in prodotti etici) non dobbiamo mai discostarci. Le azioni virtuose, in questo modello, sono ridotte al volontariato delle grandi imprese attraverso la “responsabilità sociale d’azienda”e nel modo in cui i cittadini fanno i loro acquisti: posso ordinare prodotti biologici da Whole Foods e me li faccio consegnare a casa mia in meno di un’ora. E naturalmente, anche le catene di moda hanno assorbito questi valori. In una delle campagne pubblicitarie dell’autunno 2020, Gap mostra degli attivisti per il clima e Primark, un’altra società che ha annullato gli ordini durante il pandemia, anche se da allora ha accettato di pagarli grazie alla campagna #PayUp, sta vendendo capispalla realizzati con materiali riciclati da bottiglie di plastica nella collezione Primark Cares.

Quando ho scritto “Siete pazzi a indossarlo” nel 2012, il consumo etico era intriso di ideologia, e condiviso da molte delle menti più brillanti della società.  Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan ha dato uno importante matrice intellettuale alla nostra causa. Pollan ci ha spronati ad indagare da dove proviene il nostro cibo, non per riformare i sistemi alimentari aziendali, ma per essere in grado di fare scelte alimentari più informate e soddisfacenti nella nostra vita privata. Allo stesso modo, Eric Schlosser ha concluso il suo incredibile libro investigativo Fast Food Nation con un mantra che abbiamo tutti assorbito: “Il primo passo verso un cambiamento significativo è di gran lunga il più semplice: smetti di comprarlo”. Ciò significa che il modo migliore per riformare l’industria da 239 miliardi di dollari del fast food statunitense sia semplicemente mangiare in un altro posto.

Dopo aver esposto la mia perentoria accusa al fast fashion in Siete pazzi a indossarlo, ho sostenuto che ciò di cui avevamo bisogno era tornare a tempi più semplici, rallentare, fare meno acquisti, autosostentarci e far sapere al mercato che vogliamo abiti etici e sostenibili. Per la CNN ho scritto un editoriale che dichiarava: “Se solo un quarto dei nostri acquisti provenisse da aziende di moda locali o eco-compatibili e con un impegno alla sostenibilità, potremmo cambiare il volto del settore “. Ma alla fine la pandemia mi ha costretto ad affrontare i fallimenti di tre decenni di un approccio incentrato sul tentativo di modificare il mercato.

Ho iniziato a chiedermi non solo se il consumo etico fosse inefficace, ma anche se non stesse permettendo  effettivamente di uccidere persone e di portare il nostro pianeta alla rovina, mentre noi continuiamo a buttare via il nostro potere concentrandoci sullo shopping etico.

Il declino del consumatore attivista

Che aspetto avrebbe un mondo in cui il cambiamento sociale non si limitasse alla lettura dei caratteri piccoli sulle etichette dei prodotti e a rimproverare gli amici per aver fatto acquisti nei negozi “sbagliati”? Alcuni di noi sono fuori allenamento da 30 anni e hanno il diritto di dubitare, ma se guardassimo solo un po’ indietro, a prima dell’era neoliberista, potremmo trovare movimenti sociali guidati da consumatori che hanno esercitato quantità straordinarie di potere politico e apportato cambiamenti duraturi alla società di cui ancora oggi beneficiamo.

Il “movimento dei consumatori”, come era organizzato, è stato uno dei movimenti sociali di maggior successo del XX secolo e aveva l’obiettivo di proteggere i cittadini dalla corruzione economica e dal potere del governo quando questo coinvolgeva i prodotti di acquisto. Alcuni degli eroi di questo movimento sono familiari. Con il suo libro fondamentale Primavera silenziosa, Rachel Carson nel 1962 ha dichiarato guerra alla potente industria petrolchimica e ha contribuito ad accendere i riflettori sulla questione dei pesticidi tossici. Gli attivisti hanno ottenuto un divieto totale sul DDT chimico letale, e le successive proteste dei cittadini hanno contribuito a fondare l’Agenzia per la protezione ambientale. Lo storico libro di Ralph Nader del 1965 La macchina che uccide, chiamava l’industria automobilistica americana a rispondere per i conducenti in pericolo e ha portato a standard di sicurezza delle auto imposti dal governo, comprese le cinture di sicurezza e gli airbag. Le epoche precedenti di attivismo dei consumatori hanno portato a leggi dell’antitrust applicate per la prima volta nei primi decenni del XX secolo.

Allo stesso modo, il movimento per i diritti civili ha sfruttato il crescente potere d’acquisto degli americani di colore per sfidare la segregazione e le pratiche di assunzione razziste e migliorare la rappresentanza governativa utilizzando una combinazione di mirati e altamente organizzati boicottaggi e “acquisti selettivi”, in cui le comunità evitavano collettivamente un elenco di negozi fino a quando i potenti proprietari di negozi bianchi non avessero soddisfatto le richieste dei cittadini neri. La strategia era così efficace e finanziariamente rovinosa in alcuni luoghi che il Mississippi, ad esempio, ha approvato una legge che vietava alcuni tipi di boicottaggio per un certo periodo e ha raccomandato al governo federale di fare lo stesso.

Potrebbe sembrare che siano fatti della stessa stoffa, ma gli attivisti di una volta condividono poche somiglianze con il nostro moderno Consumatore Etico. Gli attivisti hanno fatto di tutto per capire come venivano realizzati e venduti i prodotti e come funzionavano le aziende, ma questo processo di conoscenza non era al servizio di una migliore e più consapevole scelta dei prodotti (come ne L’era del consumo illuminato privatizzato di Pollan): bensì era allo scopo esplicito di ritenere responsabili le società e il governo. “Le riforme dei consumi non possono essere separate dalle riforme aziendali: sono due facce della stessa medaglia”, ha scritto Nader ne Il consumatore e la responsabilità aziendale, un’antologia del 1973 sulle vittorie del movimento nel pieno della sua espansione.

Inoltre, mentre i consumatori etici di oggi discutono se sia opportuno chiamare gli esseri umani “consumatori” invece di “cittadini”, gli attivisti hanno visto i due termini come compatibili, in quanto essere un consumatore informato era un esercizio di buona cittadinanza. Infatti l’obiettivo del movimento dei consumatori è sempre stato quello di cambiare le regole della società in modo che l’intero pubblico ne beneficiasse. Ciò poteva significare ribaltare una politica razzista, sballare un monopolio, far regolamentare e/o vietare un prodotto potenzialmente pericoloso. “Una volta sviluppate la gioia e l’abilità di acquisire informazioni difficili da ottenere, lo stesso processo di ricerca genera una comprensione dei diritti dei cittadini, dei rimedi, della partecipazione e delle decisioni che riguardano tutti ”, ha scritto Nader.
La differenza più evidente tra il consumatore attivista di ieri e il consumatore etico di oggi è sulla questione della responsabilità. Chi o cosa è la colpa per i problemi sociali, e chi ha il potere di risolverli? I consumatori attivisti credevano che le aziende deputate alla vendita di beni e servizi avessero una responsabilità nei confronti “dei clienti, dei lavoratori, e delle agenzie governative che li regolano”. Le aziende hanno una responsabilità nella società. E quando le aziende mettono in pericolo noi o l’ambiente è colpa loro, non nostra come acquirenti. Avevano capito che il mercato deve essere domato con la democrazia, le regole e i limiti, o sarà sempre sfruttato. Il Consumatore Etico, al contrario, crede che in qualche modo siamo noi a creare personalmente i problemi della società inviando dei segnali al mercato che dicono che vogliamo prodotti non etici e non sostenibili. Se seguiamo le nostre convinzioni fino alla loro logica conclusione, ciò significa che problemi seri come la crisi climatica, la disuguaglianza razziale, la distruzione dei sindacati, la carenza di cibo e gli stipendi degli schiavi moderni, siano in qualche modo il risultato di non fare acquisti nei negozi giusti. Com’è conveniente per la fortuna delle 500 aziende che causano direttamente molti di questi problemi.

Rachel Carson testimonia davanti al Congresso nel 1963. Fotografo sconosciuto.

Dobbiamo affrontare il fatto che è inaccettabile e, probabilmente, profondamente immorale, legare la “bontà” umana a ciò che compriamo.

La professoressa di diritto e crociata anti-monopolio Zephyr Teachout è alle prese con le conseguenze del passaggio dal cambiamento pubblico a quello privato e con la colpevolizzazione di noi stessi per i comportamenti scorretti delle aziende – nel suo nuovo libro Break ‘Em Up: Recovering Our Freedom From Big Ag, Big Tech and Big money, scrive: “Quando i progressisti combattono il potere privato, spesso lo fanno nei termini stabiliti dalla destra, in cui il ruolo di un consumatore è più centrale del ruolo di cittadino”. Teachout sottolinea il senso di colpa riflessivo che proviamo quando usiamo Uber o Amazon o diamo i nostri soldi ad altre “cattive compagnie” ed evidenzia la nostra tendenza a rinchiuderci nel privato in risposta al malfunzionamento delle aziende. Il nostro istinto è quello di eliminare il nostro account sui social media invece di chiedere alla Federal Trade Commission e al Dipartimento di Giustizia di interrompere le cooperazioni, ritenere le società di social media responsabili di ciò che viene pubblicato e smantellare Big Tech.

Anche se coloro che si identificano come consumatori etici sono per lo più progressisti, come Teachout evidenzia, apportare il cambiamento attraverso il modo in cui facciamo acquisti è in definitiva un’idea di destra. Abbiamo abbracciato pienamente il sistema neoliberista e la visione del mondo secondo cui il cambiamento dovrebbe avvenire attraverso il mercato. I conservatori sono quelli che pensano che le migliori soluzioni ai problemi sociali siano legate al rispetto del mercato, e sono quelli che hanno combattuto contro le strategie storicamente progressiste per affrontare i problemi sociali e ambientali come la regolamentazione del governo, la spesa pubblica, il miglioramento dell’istruzione, i programmi sociali e i patti commerciali che proteggono i diritti umani e l’ambiente sia qui che all’estero. Il consumo etico potrebbe essere iniziato 30 anni fa come sottoprodotto della nostra impotenza nell’era neoliberista, ma da qualche parte lungo la strada ci siamo venduti.

Questo ci riporta al 2020. Le strategie cambiano. La società cambia. Nel periodo di massimo splendore di Nader non c’erano Whole Foods o resort eco-compatibili o hamburger vegani nelle catene di fast food. I consumatori etici cercano di apportare il cambiamento in un modo diverso, attraverso mezzi privati, ma viene da chiedersi se le alternative, in crescita, di prodotti etici e sostenibili significhino che la strategia del consumatore etico sia efficace di per sé. Abbiamo certamente fatto crescere un mercato in forte espansione anche se differente per etica e sostenibilità, compresi i miei libri, e questo è un bene per le persone e aziende che lavorano in quei settori perché anche il consumo etico può essere un modo per preservare la cultura anti-aziendale e testare idee sostenibili e socialmente responsabili che non sono possibili nel “mainstream”. Ma penso sia ovvio che il consumo etico sia una risposta grossolanamente inadeguata e iniqua ai nostri problemi più urgenti, come la crisi climatica, il razzismo sistemico, i salari da sfruttamento, la crescente disuguaglianza e così via. Inoltre, sono convinta che questi problemi siano in gran parte creati dal potere aziendale incontrollato, dal capitalismo non regolamentato e dalla nostra democrazia indebolita che i consumatori etici aiutano a sostenere. La moda è un esempio perfetto: ciò che spinge le aziende che sfruttano la manodopera non è la domanda dei consumatori, ma è la mancanza di leggi adeguate per proteggere i lavoratori dell’abbigliamento e l’intensa concentrazione economica che incentiva l’industria a ridurre i salari. La migliore soluzione a questo problema è coltivare la nostra democrazia e tornare ai movimenti di massa progressisti e forti del passato che forniscono un contrappeso al potere schiacciante del mercato.

Questo significa che le nostre scelte di consumo etico non contano nulla e che potremmo anche tornare a bere da cannucce di plastica e fare acquisti sfrenati su Amazon Prime? Oppure che possiamo apportare cambiamenti sistemici votando con il portafogli? Ci sono esempi in cui il consumo etico fa una differenza tangibile. Mi viene in mente la scelta di non consumare eccessivamente o la scelta di acquistare un prodotto realizzato da lavoratori che guadagnano salari dignitosi. Si potrebbe obiettare che evitare un bicchiere di plastica o una cannuccia sia importante (sebbene non abbia intaccato la produzione complessiva di plastica).

Ma il punto in cui ci mettiamo nei guai è vedere lo shopping come un atto morale e considerarlo immorale se fatto in una catena di negozi a buon mercato con pratiche commerciali scadenti. Il consumo è un imperativo economico (non c’è modo di sfuggirgli sotto il capitalismo) ed è fondamentalmente determinato dal nostro reddito. A meno che non crediamo che le persone ricche, che possono permettersi prodotti più etici, siano in qualche modo più etiche di tutti noi dobbiamo affrontare il fatto che sia inaccettabile, discutibile e profondamente immorale legare la “bontà” umana a ciò che compriamo. In effetti ora credo che l’unico approccio etico al consumo (ammesso che esista una cosa del genere) sia rendere i prodotti disponibili più economici nel modo più responsabile possibile, come è stato recentemente affermato da The Guardian, il che significa ristrutturare le catene delle grandi aziende che producono la maggior parte delle cose che compriamo.


Scoppiare la bolla


La mia argomentazione non è un pass gratuito per smettere di preoccuparsi dell’impatto delle aziende di prodotti di consumo sulle persone e sul pianeta. Piuttosto è l’opposto: questo è un invito all’azione per incanalare tutto il tempo e l’energia che metteresti nel curare quel perfetto stile di vita etico e utilizzarla come arma per trasformare il mercato in modi che affrontino le vere cause. Non dobbiamo confondere il Consumo Etico – un atto privato – con il potere politico o il cambiamento sociale organizzato e collettivo di cui beneficiano tutti. Quando ci ritiriamo nelle nostre bolle di consumo etico, alcune delle istituzioni più potenti della nostra società ottengono un pass gratuito per calpestare i diritti delle persone che non hanno scelta.

Il mito del Consumatore Etico è difficile da scalfire, ma penso che possiamo iniziare a respingerlo chiedendoci, mentre facciamo acquisti, se stiamo offrendo una soluzione sufficientemente potente ai problemi sociali che incontriamo. Ci stiamo impegnando in un antidoto privato e personale a una malattia, che sia l’inquinamento da plastica o il salario minimo?

Niente di tutto questo è facile. Imparare a essere coinvolti in movimenti politici reali significa apprendere abilità completamente nuove (il libro di Eitan Hersh La politica è per il potere è un’ottima guida per iniziare) e richiede di rinvigorire il nostro sistema politico guasto, e i risultati richiedono pazienza. Il consumo etico fa parte della nostra natura per molti di noi. Recentemente, quando ho scritto un post sulla campagna #PayUpFashion, la nuova fase della campagna #PayUp, chiedendo una riforma sistemica della moda aziendale, comprese nuove leggi e regolamenti per creare salari dignitosi per tutti i lavoratori dell’abbigliamento, come facevano i consumatori attivisti, un collega ha risposto: “Questa è la ragione per cui dobbiamo supportare le piccole imprese”. Ci aggrappiamo ancora alla speranza che dobbiamo solo modificare i nostri orizzonti. Una strategia più potente, una strategia pubblica, consisterebbe nel trovare modi per sostenere la manodopera organizzata nel settore della vendita al dettaglio.

Il problema che stai cercando di risolvere con il tuo carrello degli acquisti potrebbe essere affrontato meglio da un nuova Legge, un nuovo regolamento, un divieto, un incentivo, un nuovo programma sociale, un modo diverso di fare le cose? La risposta è quasi sempre sì.

Quando hai un dubbio, pensa come un consumatore attivista. Piuttosto che rinunciare ai bicchieri di plastica da asporto, i consumatori attivisti lavorerebbero insieme per vietare la plastica monouso, indagare sull’influenza dell’industria della plastica sul governo e spingerlo a proporre una politica nazionale a basse emissioni di carbonio che riduca il peso della lobby della plastica. Piuttosto che comprare cibo biologico, pretenderebbero di far regolamentare meglio l’industria petrolchimica, di costruire di nuovi programmi sociali per sostenere l’agricoltura sostenibile e lavorare per bandire le tossine e invece di boicottare Amazon o eliminare Instagram si renderebbe conto che le nostre stesse leggi antitrust non avrebbero mai dovuto permettere a queste piattaforme di avere così tanto controllo.

Ci sono anche esempi nel qui e ora che mostrano come il cambiamento sociale possa funzionare oggi. Stiamo già assistendo al tramonto del consumatore etico e un enorme spostamento verso movimenti di massa e cambiamenti sociali sistemici. Teachout fornisce l’esempio del crescente movimento anti-monopolio che mira a rompere Big Tech e Big Ag. Allo stesso modo Black Lives Matter chiede la responsabilità del governo e una riallocazione del denaro dei contribuenti dalla polizia alle risorse della comunità. Analogamente la nostra nuova campagna, PayUp Fashion, richiede responsabilità aziendale, riforme legali, salari più alti e regolamentazione nel settore dell’abbigliamento. Tutto il tempo che ho passato a setacciare le etichette dei prodotti e a fare interviste su come costruire un guardaroba etico ora è dedicato alla costruzione di un movimento attivista di consumatori e al contatto con esperti legali e di diritti del lavoro per aiutare la nostra causa.

Ora, quando queste grandi aziende di abbigliamento sbagliano, ritengo che sia loro la responsabilità di cambiare, non la mia di modificare il contenuto del mio carrello. E quando costringiamo aziende e governi a cambiare, quel cambiamento diventa disponibile per tutti, invece che solo per i consumatori che detengono la conoscenza o possono permettersi prodotti etici. Sapendo questo, dormo abbastanza beatamente nel mio pigiama immorale.


Letture da non perdere da questo articolo:
“Silent Spring” (testo italiano “Primavera Silenziosa“, ed. Feltrinelli), di Rachel Carlson
Unsafe at Any Speed” (testo italiano “L’auto che uccide”, ed. Bompiani), di Ralph Nader
Consumer And Corporate Accountability” di Ralph Nader
Break ‘Em Up: Recovering Our Freedom From Big Ag, Big Tech, and Big Money” di Zephyr
Teachout

“Politics is for Power” di Eitan Hersh

Articolo originale su Atmos